Biologico a stelle e strisce: i consumi volano, l’offerta resta al palo

Sacramento_rice_fields_campi_coltivazioniIl 2015? Un anno di grazia, almeno per l’agricoltura biologica. A certificarlo è l’Organic Trade Association (Ota) nel rapporto 2016 Organic Industry Survey. Secondo l’associazione dei produttori biologici statunitensi, lo scorso anno negli Usa il giro d’affari dell’organic è arrivato a toccare i 43,3 miliardi di dollari: un record storico, in aumento dell’11% rispetto al 2014.

Le ragioni di questa impennata sono tante. Una parte dei consumatori è preoccupata per l’impatto ambientale dell’agricoltura convenzionale. Altri mettono al primo posto la propria sicurezza alimentare, rifiutando gli Ogm e il ricorso ai pesticidi. Quale che sia la ragione, di certo siamo in presenza di qualcosa che ha superato i confini della “moda”.

La domanda bio cresce in doppia cifra fin dagli anni Novanta, e un recente sondaggio della rivista Consumers Report rileva che l’84% degli americani preferirebbe mettere nel carrello l’organic piuttosto che i prodotti dell’agricoltura convenzionale.

Preferirebbe, appunto. Perché il problema è che l’offerta non è in grado di soddisfare le crescenti richieste: è sempre l’Ota a fornire i numeri da cui emerge come, a fronte del 5% delle vendite sul mercato alimentare, meno dell’1% delle coltivazioni ha la certificazione biologica.

Da questi dati si capisce anche perché la dura legge dell’economia imponga prezzi molto più alti ai cibi biologici: in media – scrive Consumers Report – più costosi del 47% rispetto ai prodotti tradizionali, ma con punte ancor più elevate in settori come quello delle carni.

Oltre alla scarsità dell’offerta, incidono gli alti costi di produzione: la conversione dei terreni e la successiva conduzione con metodi più vicini alla natura comporta una serie di spese che non si riducono all’atto di piantare semi biologici.

agricolturaEcco perché alcuni dei maggiori marchi alimentari (General Mills, Kellogg, Ardent Mills) si sono impegnati a sostenere gli agricoltori nel processo di conversione: ne dà notizia il New York Times, sottolineando anche le differenti impostazioni dei vari piani industriali.

La Ardent, per esempio, paga un prezzo maggiore agli agricoltori nei tre anni di transizione e consiglia la rotazione delle colture. Oltre a sostenere con un bonus chi passa al biologico, l’azienda cerealicola Kashi (una controllata di Kellog) ha sviluppato il programma Certified Transitional per etichettare i prodotti coltivati su terreni in transizione verso il biologico: a differenza di altre compagnie, la Kashi non lega a sé i produttori con contratti di esclusiva.

L’amministratore delegato di Kashi, David Denholm, sostiene che la «democratizzazione del cibo biologico» sia prioritaria e prevede che entro il prossimo decennio il 20% delle terre coltivate nel Paese potrebbe diventare biologico: una visione molto ottimistica, che tuttavia non sembra tener conto di come sia sempre più difficile trovare terreni adatti.

Il tema dell’etichettatura resta fra le grandi questioni irrisolte: negli Usa come altrove, si richiede un periodo di tre anni per completare il passaggio al biologico. Durante questo periodo, i coltivatori affrontano tutti i rischi economici della transizione senza però poterla certificare agli occhi dei consumatori.

Per questo motivo l’Organic Trade Association ha chiesto al Ministero dell’agricoltura statunitense di pensare a un’etichetta apposita per il bio in progress. Al momento, di là dall’Oceano come nelle nostre campagne, gli agricoltori che scelgono di coltivare secondo metodi naturali continuano ad affrontare una mole di impedimenti burocratici ancor maggiore rispetto a chi preferisce affidarsi a pesticidi e “aiuti” chimici: è uno dei paradossi più stridenti del nostro sistema agroalimentare, e spetta ai governanti trovare il modo di sanarlo.

In Italia: come funziona la normativa?

marchio_biologico_europeo.jpgPer entrare nel settore biologico, le aziende agricole, zootecniche e di trasformazione devono rispettare la normativa contenuta nel regolamento comunitario 834/2007 (che dal 1 gennaio 2009 ha sostituito il precedente REG. CEE 2092/91) e sottoporsi ai controlli di un ente autorizzato dal Ministero delle politiche agricole. Gli “organismi di controllo” riconosciuti sono titolati a effettuare controlli diretti nelle aziende e a certificare le produzioni biologiche. La fase di conversione è definita all’art. 2 del REG. CE 834/07 come «la transizione dall’agricoltura non biologica a quella biologica entro un determinato periodo di tempo, durante il quale sono state applicate le disposizioni relative alla produzione biologica».

 

Anche in Italia il passaggio al biologico richiede investimenti consistenti, tanto che nei Programma di sviluppo rurale (finanziamenti europei concessi alle regioni) una delle voci è proprio dedicata alla «conversione in pratiche e mantenimento dell’agricoltura biologica». Rimane il fatto che il mercato chiede cibo e un sistema per produrlo più rispettoso e pulito. Bisognerà adeguarsi e sopratutto renderlo accessibile a tutti.

Andrea Cascioli
a.cascioli@slowfood.it

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