Bayer e Monsanto, un matrimonio da brividi

addams-familyNel mondo dell’agroindustria è come se la Coca Cola comprasse la Pepsi. Un matrimonio reale, anche se, vedendo gli sposi, più delle coppie principesche da rotocalco verrebbe da scomodare la famiglia Addams: il colosso farmaceutico tedesco Bayer ha lanciato un’offerta da 62 miliardi di dollari per l’acquisizione della statunitense Monsanto, multinazionale leader nel settore delle sementi e della ricerca sugli Ogm (un rapido elenco dei trascorsi di questa azienda, cui si deve fra l’altro il famigerato Agent Orange, potete trovarlo sul nostro sito). Offerta per ora respinta dal board della compagnia di Saint Louis, che tuttavia lascia aperte le trattative.

Parlare di “cartello” è perfino riduttivo. Se ancora negli anni Settanta operavano nel mondo oltre 7 mila aziende sementiere, nessuna delle quali raggiungeva il mercato globale, oggi le prime tre (Monsanto, DuPont Pioneer e Syngenta) detengono da sole il 53% della produzione. Secondo i dati Fao del 2014, la concentrazione arriva al 76% considerando i primi dieci gruppi, tra cui Bayer, dai quali dipende anche la produzione di fertilizzanti, pesticidi, diserbanti ed erbicidi come l’ormai noto glifosato.

Il “circolo della bottiglia col teschio” si è già ristretto prima con la fusione tra i due giganti americani dell’agrochimica a dicembre 2015 (Dow Chemical e DuPont, giro d’affari stimato in 130 miliardi di dollari) e poi, nel febbraio scorso, dopo che la compagnia di Stato cinese ChemChina ha acquisito la svizzera Syngenta per 42,8 miliardi di dollari, cifra più o meno analoga a quella offerta da Bayer per Monsanto: un’operazione da record, finora la maggiore realizzata da un’impresa cinese sui mercati internazionali.

monsantoAnche l’eventuale unione tra Bayer e Monsanto entrerebbe negli annali del Gotha industriale, dando vita a un conglomerato con un fatturato di oltre 75 miliardi di dollari all’anno. Nel settore agrochimico il peso di Bayer è stimato in 10,4 miliardi di euro, circa un quarto dei 46,3 miliardi del suo fatturato complessivo, con il vanto di essere il secondo produttore sul mercato alle spalle di Syngenta. Monsanto porta in dote invece un giro d’affari di 15 miliardi di euro e – come si diceva – una solida esperienza nel campo della ricerca genetica, accompagnata da una reputazione che sarebbe eufemistico definire “dubbia”.

Ma cosa unisce sempre più spesso i Paperoni della farmaceutica ai Rockerduck delle sementi? Per Gaetano Pascale, agronomo e presidente di Slow Food Italia, tirare in ballo la crisi sarebbe fuorviante: «Le prime fusioni avevano almeno l’obiettivo di ridurre i costi. Ora non c’è nemmeno quella logica, perché la ricerca procede per segmenti molto specializzati. Sono pure e semplici operazioni finanziarie, che non apportano alcun beneficio all’avanzamento scientifico dell’agricoltura – e men che meno agli operatori del settore e ai consumatori».

Per l’economia tedesca sarebbe comunque la più grande acquisizione mai messa a segno nei confronti di un gruppo estero. Proprio mentre entrano in una fase critica i negoziati attorno al Partenariato transatlantico (Ttip) tra Europa e Stati Uniti. Nell’affaire Ttip, la Germania è uno dei Paesi in cui si intrecciano le maggiori pressioni industriali a favore del trattato e i movimenti di opposizione popolare più consistenti. C’è da temere che cambi qualcosa? «Non credo – risponde Pascale – perché l’Europa resta più avanzata degli Stati Uniti nella legislazione alimentare. La Bayer del resto si è già posizionata sul mercato degli Ogm, mentre gran parte degli sbocchi commerciali di Monsanto sono legati agli Usa».

Questo non esclude affatto altre forme di condizionamento della politica in vari campi, a cominciare dalla genetica molecolare: «Non è un caso se molte aziende agrochimiche nascono come derivazioni del settore farmaceutico, dove i centri di ricerca sono stati utilizzati per lo sviluppo dei fitofarmaci».

 

Andrea Cascioli

a.cascioli@slowfood.it

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