Api: cronaca di un disastro annunciato

Una piccola storia di disastro annunciato. La situazione della api, negli Stati Uniti, è al capolinea. Durante l’inverno scorso oltre il 23% degli alveari è stato sterminato, e solo nella scorsa primavera se ne sono persi altri quattrocentomila.

Ora Obama ha finanziato una Task Force che studi la situazione e verifichi la dannosità di alcuni prodotti chimici, pesticidi neonicotinoidi in primis. Le ricerche europee, evidentemente, non vengono ritenute attendibili.



“Finalmente” la moria delle api è diventata un problema economico, quindi l’amministrazione Usa interviene. Il danno, per essere preso in considerazione, deve riguardare il portafoglio di qualcuno. Questo qualcuno, intendiamoci, non sono gli apicoltori, che evidentemente anche in Usa hanno uno status produttivo non particolarmente rilevante. Sono piuttosto le società di capitale delle grandi monocolture del Paese, in particolare dei mandorleti della California. Questo prodotto – a basso costo e di bassa qualità – ha invaso meno di vent’anni fa i mercati del mondo (incluso il nostro, che ne è stato devastato) per la sua semplicità di lavorazione. La mandorla californiana infatti ha dimensioni maggiori e un guscio più morbido. Quest’ultima caratteristica, che la rende cara all’industria dolciaria, la rende anche particolarmente vulnerabile agli attacchi dei parassiti sicché viene abbondantemente irrorata di pesticidi. Così le api muoiono, e i produttori di mandorle si ritrovano con i loro mandorleti senza impollinatori.

Riusciranno i nostri eroi a fare ricerca indipendente per dimostrare che la causa della moria di api sta nei trattamenti chimici dei prodotti agricoli? Riusciranno gli altri eroi a creare normative di sostenibilità agricola conseguenti a risultanze scientifiche indipendenti? In un Paese come gli Usa, in cui sia la ricerca che la programmazione agroalimentare sono in mano alle multinazionali che non solo finanziano le università, ma collaborano con il governo a scrivere i documenti di programmazione, le speranze sono deboli come un ronzio.



 

Cinzia Scaffidi




Da La Stampa del 29 giugno 2014