Amazon fa il fruttivendolo. Ne abbiamo davvero bisogno?

AmazonDa qualche giorno, i banchi del mercato e i negozi di alimentari hanno un concorrente in più: non parliamo di qualche colosso della grande distribuzione ma di Amazon, il leader mondiale dell’e-commerce. Trenta tipologie di frutta e verdura sono state inserite nell’offerta della app Amazon Prime Now, il servizio in abbonamento che offre consegne entro un’ora o in una fascia oraria di due ore, tutti i giorni della settimana.

Per adesso i prodotti freschi sono disponibili solo a Milano e in 34 comuni dell’hinterland meneghino, dove si aggiungono alla gamma di 20mila articoli che Prime Now offre ai suoi clienti italiani. Già dal luglio scorso Amazon ha introdotto nel nostro Paese il servizio di vendita degli alimentari: un supermercato online all’interno del quale si possono trovare migliaia di prodotti a lunga conservazione.

La nuova mossa del gigante statunitense segna un passo in avanti nella conquista di un mercato in continua crescita. I dati del comparto alimentare e drogheria online, raccolti dal Politecnico di Milano, indicano un incremento di vendite del 27% nel solo 2015. Prima del 2019, secondo le stime della compagnia Rocket Internet, il settore arriverà a valere 90 miliardi di dollari in tutto il mondo (in Italia il dato attuale si aggira sui 500 milioni di euro): vale a dire il 16% dell’intero fatturato della ristorazione a livello globale.

Ma Amazon non è certo l’unica ad aver fiutato il business. Uber, reduce dal braccio di ferro con i tassisti di mezzo mondo, sta cercando il suo spazio nel mondo del food delivery: dalla fine di marzo sarà attiva in dieci città degli Stati Uniti UberEATS, una app per la consegna dei pasti direttamente dai ristoranti convenzionati. Il meccanismo, simile a quello di un classico take away, potrebbe essere presto replicato in Europa: Uber è infatti alla ricerca di un direttore generale a cui affidare il servizio a Parigi.

Nella capitale francese la mania del cibo “a tutte le ore” si sta radicando anche in altre forme. Di recente una macelleria basca dell’11esimo Arrondissement ha inaugurato un distributore di carne aperto 24 ore al giorno: qualche moneta nella macchinetta ed ecco comparire filetti, prosciutti di Bayonne e carpaccio di vitello. Il negozio automatico è il primo nel suo genere, ma già dal 2011 si possono trovare distributori di baguette a fianco delle tradizionali boulangerie.

Cosa non convince in queste nuove realtà della distribuzione? Anzitutto l’aspetto della tracciabilità e della sostenibilità ambientale: nel caso di Amazon, fa notare Greenstyle.it, tutte le consegne partirebbero da un magazzino situato nella periferia di Milano.

Nessun servizio a chilometro zero e un impatto notevole in termini di emissioni di anidride carbonica, dal momento che il trasporto avviene con autoveicoli e ciclomotori: considerando che gli ordini entro un’ora sono difficilmente svincolabili dalla modalità di consegna unica, le emissioni possono superare di parecchio quelle di chi si reca al supermercato con la sua auto.

Allo stato attuale, poi, è facile immaginare che una formula del genere contribuirà ad appesantire il bilancio dello spreco alimentare e difficilmente potrà radicarsi in contesti diversi da quelli delle metropoli. Siamo di fronte all’ennesimo squilibrio di un “sistema cibo” a due velocità: da un lato un’offerta sovrabbondante e ben poco amica dell’ambiente nei contesti, sempre più saturi, delle grandi città. Dall’altro il rischio di desertificazione commerciale di molti centri minori, non solo nelle aree montane. Ne abbiamo davvero bisogno?

Andrea Cascioli
a.cascioli@slowfood.it

 

Fonti:
Ansa
Greenstyle.it
Foodweb.it

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