Allevamenti, per il pianeta non è tempo di vacche grasse

allevamentoL’effetto serra? Un problema di mucche perfino più che di automobili. Forse non tutti lo sanno, ma la zootecnia contribuisce al 14,5% delle emissioni di gas serra prodotte dall’uomo: una quota superiore a quella di tutti i mezzi di trasporto. Sono trascorsi dieci anni da quando il rapporto della Fao “Livestock’s long shadow” mise in guardia dagli effetti perniciosi dell’allevamento industriale, specie per quanto riguarda la produzione di mangimi, eppure non si trova una sola parola in merito nei documenti della conferenza COP21 di Parigi.

È sempre la Fao ad avvertirci che un 30% di queste emissioni può essere tagliato. Il maggior potenziale è negli allevamenti a bassa produttività dei Paesi in via di sviluppo, ma anche il mondo industrializzato è chiamato a fare la sua parte.

Del resto sono i consumi dell’Occidente a dare origine a uno squilibrio insostenibile, alla luce della crescita economica in Paesi come Cina e India: a fronte dei circa 125 chili di carne che ogni cittadino degli Stati Uniti mangia in media ogni anno, o dei 74 pro capite in Europa, un abitante dell’Africa subsahariana può permettersene meno di 20. Uno studio della Fao di qualche anno fa non tranquillizza: “il consumo di carne nel mondo è destinato a crescere del 73% entro il 2050, raggiungendo i 463 milioni di tonnellate l’anno, mentre nel 1961 erano circa 70 milioni”. Anche se in Italia qualcosa sta già cambiando: è in atto un’inversione di tendenza che ha portato il consumo pro capite di carne bovina a calare del 2,4% nell’ultimo decennio. Più della crisi incide la presa di coscienza degli effetti più deleteri dell’allevamento industriale, anche per la nostra salute (si pensi al tema della resistenza agli antibiotici di cui si parla ormai in modo diffuso). Ma non basta.

Quindi riduzione degli allevamenti intensivi e cambiamento della dieta dei Paesi ricchi sono due strade da intraprendere subito per diminuire l’emissione di gas serra. I nostri nonni conoscevano bene la differenza tra il cibo dei giorni di festa e la tavola quotidiana. Torniamo a riscoprirla, perché per il nostro pianeta non è tempo di vacche grasse.

 

Gaetano Pascale – presidente di Slow Food Italia

g.pascale@slowfood.it

da La Stampa del 12 giugno 2016

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