Additivi nel cibo, un chilo all’anno è servito in tavola

additivi_alimentari2Se è vero che siamo quello che mangiamo, abbiamo buone ragioni per preoccuparci: sul piatto di ciascun italiano, infatti, finisce un chilo di additivi alimentari ogni anno. Circa 360 sostanze diverse fra coloranti, conservanti e stabilizzanti, oltre 3mila se consideriamo anche gli aromi.

Non sono sostanze vietate, ma alcune di queste sono responsabili dell’aumento di allergie che si registra ormai da alcuni anni, come ha ribadito poche settimane fa il congresso nazionale dei medici allergologi a Napoli.

Nell’Unione europea gli additivi alimentari sono identificati da un numero preceduto dalla lettera E e devono essere sempre menzionati nell’elenco di ingredienti dei prodotti in cui sono presenti. Le etichette devono riportare sia la funzione dell’additivo nell’alimento finito (coloranti, conservanti, eccetera) sia la sostanza specifica, utilizzando il riferimento al numero E o alla sua denominazione: qui dunque entrano in gioco le nostre scelte.

Davanti agli scaffali, o ai banchi del mercato, siamo chiamati a essere acquirenti prima che consumatori. Dobbiamo cioè ricordare che ogni prodotto ci racconta una storia: ci parla del lavoro di chi lo ha coltivato, di ingredienti e tecniche di produzione adoperati, dell’impatto ambientale. In epoca moderna è stata l’industria a influenzare e, il più delle volte, a indirizzare le scelte dei consumatori piuttosto che il contrario. La pubblicità ha sedotto e plasmato i desideri anziché soddisfare i bisogni. Il tutto a discapito della responsabilità sociale di noi acquirenti, oltre che del nostro stesso benessere.

Sta a noi pretendere un’etichetta più trasparente e leggibile, non un groviglio di sigle o numeri di registro, ma soprattutto sta a noi scegliere di conseguenza. Solo se siamo informati possiamo far valere il nostro ruolo sul mercato e mandare messaggi chiari all’industria: “votare con la forchetta” non è affatto un’utopia, specie dove le informazioni già esistono ma manca la nostra volontà di scuoterci dal torpore del consumo passivo.

 

Gaetano Pascale – presidente di Slow Food Italia

g.pascale@slowfood.it

da La Stampa del 5 giugno 2016

 

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