Acqua pubblica: Il fallimento non è del referendum, ma della politica

«La beffa dell’acqua pubblica» sarebbe che «Dopo il sì al referendum [le] tariffe [sono] quasi raddoppiate». Così titola La Repubblica il 27 luglio, in un articolo di Sergio Rizzo che segnala un aumento medio complessivo delle bollette dell’89% dal 2011. Un titolo che invita il lettore a pensare che il fallimento del referendum sui servizi pubblici locali sia misurabile e quantificabile nell’effetto sulle bollette a carico delle famiglie.

L’articolo però trascura due aspetti molto importanti: il referendum, con il secondo quesito promosso dal Comitato «2 sì per l’acqua bene comune» (e promosso con il 95,8% dei voti, e non con il 54%, come erroneamente scrive Rizzo… che fa riferimento alla percentuale di votanti), invitava la politica a mettere in discussione il modello tariffario basato sul full cost recovery che prevede la copertura integrale dei costi di gestione (investimenti compresi) mediante la tariffa.

La domanda è molto semplice: per quale motivo lo Stato continua ad accordare ingenti finanziamenti pubblici a fondo perduro per “grandi opere” come le linee ferroviarie ad Alta velocità, mentre la realizzazione di una “grande opera” come l’ammodernamento della rete acquedottistica (che comprende anche i sistemi di fognatura e depurazione) del Paese è lasciato completamente in carico ai cittadini? Si tratta anche di un problema di redistribuzione: ogni cittadino italiano deve necessariamente usare l’acqua potabile, mentre solo una piccola parte fruisce – ma è solo un esempio – dell’Alta velocità ferroviaria.

Se lo Stato non ha messo in discussione il modello tariffario del servizio idrico basato sul full cost recovery, è perché non ha voluto riconoscere il messaggio venuto dal voto di oltre 26 milioni di cittadini italiani, di quell’ultimo movimento popolare e di massa che aveva fatto sperare nel cambiamento anche un maestro come Stefano Rodotà. Il fallimento, quindi, non è del referendum, ma della politica incapace di coglierne i segnali. Ecco perché l’articolo di Sergio Rizzo, che tralascia questo passaggio fondamentale, non aiuta a comprendere fino in fondo le dinamiche che portano oggi a “un’emorragia idrica preziosa”.

Vale però la pena ricordare che l’acqua sprecata non sparisce per sempre. Che normalmente “cercherà” la sua strada per tornare in falda. E anche se evaporasse, alla fine del suo ciclo tornerebbe naturalmente sulla Terra sotto forma di pioggia. Lo si studia alle elementari, il ciclo dell’acqua. Se c’è un problema, e c’è, riguarda il fatto che quest’acqua è stata potabilizzata: la comunità ha sostenuto un costo per renderla fruibile a tutti in sicurezza, e altri, energetici, per immetterla in rete.

È il “costo del servizio”, ciò che paghiamo, perché l’acqua non ha prezzo.

E non perché essa debba essere gratis (non è mai stato, questo, uno slogan del Comitato “2 sì per l’acqua bene comune”), ma perché è giuridicamente scorretto affermare che gli utenti comprano l’acqua. Sei anni dopo il referendum del giugno 2011, mentre viviamo gli effetti di una crisi idrica provocati dagli “eventi estremi” che stanno mettendo a nudo un sistema di gestione affidato a imprese la cui prima preoccupazione è remunerare i propri azionisti, garantendo loro cospicui dividendi (secondo acquabenecomune.org, le quattro “sorelle dell’acqua”, e cioè la quattro multiutility quotate in Borsa, Iren, A2A, Acea, Hera, tra il 2010 e il 2014 hanno distribuito oltre 2 miliardi di euro di dividendi, intaccando le riserve perché superano di 150 milioni di euro gli utili prodotti nello stesso periodo). Di questo dobbiamo parlare mentre la Capitale del Paese rischia di restare senz’acqua.

Luca Martinelli
press@slowfood.it

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