Gaetano Pascale ripercorre la nostra storia: «Le ricorrenze siano un’occasione per sporgersi avanti»

LOGO ARCILANGHE copia_MGbigSono passati trent’anni, e quanta strada ha fatto la Chiocciola. A passo lungo e costante, come si addice ai bravi camminatori. Sebbene i numeri non raccontino tutto, possono dirci qualcosa su un movimento che in Italia raggiunge, oggi, oltre 50mila soci riuniti in 300 Condotte locali, 265 Presìdi che coinvolgono più di 1.600 produttori, 510 Orti in Condotta realizzati da 38.250 alunni nelle scuole di 204 comuni, 37 Mercati della Terra e oltre 3.500 corsi organizzati nell’ambito dei Master of Food. Senza dimenticare manifestazioni come il Salone del Gusto o Cheese. Vale la pena, allora, di riavvolgere il nastro per scoprire come tutto è iniziato.

In principio fu la gola. Uno dei sette vizi capitali, secondo la tradizione cristiana medievale. Ma la golosità non trovava eccessiva comprensione nemmeno nell’Italia di trent’anni fa, quella in cui nacque l’associazione che avrebbe preso il nome di Slow Food.

In principio fu la gola, dicevamo, anzi l’Arci Gola. Si chiamava così quel gruppo di amanti della buona tavola – e delle tavolate “alla buona” – che Carlo Petrini aveva iniziato a radunare sotto le insegne della grande rete associativa Arci. Il congresso di fondazione si tiene tra il 26 e il 27 luglio 1986 nella Tenuta di Fontanafredda e al castello di Barolo, nel cuore delle Langhe.

A differenziare gli arcigolosi è la sensibilità per la cucina e le tradizioni popolari, estranea alla cultura paludata dei gourmet e sconosciuta a un Paese ancora poco abituato a ragionare del rapporto tra enogastronomia e territorio. Lo aveva dimostrato tragicamente, nel marzo di quell’anno e nelle stesse Langhe, lo scandalo del vino al metanolo.

Tessera Arci_1987 2Il 1986 è un anno fatidico anche per l’apertura del primo McDonald’s a Roma, in piazza di Spagna. Proprio in antitesi alla logica del fast food si inizia a parlare di “slow food”, l’etica del piacere lento a tavola. Il simbolo di questo movimento è destinato a diventare la Chiocciola perché, ricorderà Petrini, «era parso, allora, che un essere così insensibile alle tentazioni del mondo moderno avesse qualcosa di nuovo da rivelare, fosse un amuleto contro l’esasperazione, contro il malcostume di uomini troppo impazienti per sentire e gustare, troppo avidi per ricordarsi di quello che avevano appena divorato».

Per la prima volta si parla di cibo e temi ecologici insieme. Qualcuno la chiama “ecogastronomia” ed è la grande intuizione di Slow Food, all’indomani di Chernobyl, molto tempo prima che in Italia i mezzi d’informazione cominciassero a interessarsi di agricoltura biologica, allevamento non intensivo, riduzione degli sprechi alimentari ed energetici, tutela della biodiversità e salvaguardia delle tradizioni gastronomiche.

Crediamo che queste idee abbiano contagiato a fondo la società italiana, anche per merito nostro. Meno della politica partitica. La moda del fast food è relegata alle peggiori nostalgie del passato recente. Eppure il cibo fa tendenza più che mai, soprattutto tra i giovani: cucinato, degustato, recensito, fotografato, ammirato in televisione o condiviso sui social. Si parla così tanto di buon cibo che il rischio è non capire più cosa sia il cibo buono, o peggio non sapere da dove arriva.

Per questo c’è bisogno di Slow Food e ce n’è bisogno, se possibile, ancor più di ieri. PARIGI FIRMA DE MANIFESTO - 1989-®Marcello Marengo_MGbig

Ho incontrato la Chiocciola sulla mia strada quasi vent’anni fa: come per molti altri soci, il mio interesse iniziale era legato a un tema specifico, quello del vino. Ma in Slow Food ho conosciuto una comunità di destino arricchita da innumerevoli competenze e sensibilità. Un’avanguardia, non un’élite, dove il piacere è una condizione dell’impegno che si esprime nelle forme più diverse. Vogliamo dimostrarlo regalandovi un viaggio virtuale tra passato e futuro dell’associazione, a partire da oggi per le prossime trenta settimane.

Una galleria di ritratti che vi porterà in tutta Italia a conoscere i volontari delle nostre Condotte, i produttori dei Presìdi, le osterie e i vignaioli delle guide Slow Food Editore, i docenti e gli esperti coinvolti nelle attività educative. A tutto questo si affiancherà una selezione dei migliori articoli delle nostre riviste e delle parole che continuano a ispirarci.

Non è un amarcord. Non abbiamo voluto farne soltanto un album di ricordi, perché crediamo che le ricorrenze siano un’occasione per sporgersi avanti piuttosto che guardare indietro. Sarà un viaggio lento, da assaporare un passo alla volta, come si addice a chi vive slow. Zaino in spalla allora, partiamo per un’avventura lunga trent’anni.

Gaetano Pascale

Presidente di Slow Food Italia

 

pascale2Gaetano Pascale, detto Nino, è nato a Telese Terme il 24 settembre 1968 e vive a Guardia Sanframondi, nel cuore del Sannio beneventano. Laureato in Scienze Agrarie all’Università Federico II di Napoli, esercita la professione di agronomo e conduce dal 2005 l’azienda agricola ereditata dai genitori. È sposato con Lorena e papà di Michele e Chiara.

La sua storia con Slow Food comincia nel 1997 nella Condotta di Benevento. Nel 2000, insieme a un gruppo di amici, fonda la Condotta Valle Telesina di cui diventa fiduciario. A questa attività affianca quella di docente dei Master of Food Vino e Olio e di collaboratore della Guida Vino Quotidiano e di Osterie d’Italia (Slow Food Editore).

Dal 2006 al 2014 è Presidente di Slow Food Campania e Basilicata: sua l’ideazione di Terra Madre Campania e del Manifesto di Resistenza Contadina, in difesa dell’agricoltura che resiste all’industrializzazione, all’omologazione del cibo, al cemento e all’illegalità.

Nel 2012 si fa promotore di Leguminosa, l’evento dedicato ai legumi che diventerà la più grande manifestazione di Slow Food Italia nel Mezzogiorno: a marzo 2014, la prima edizione internazionale di Leguminosa a Napoli vede la partecipazione di 12mila persone.

In seguito all’elezione sancita dall’VIII congresso nazionale a Riva del Garda, dall’11 maggio 2014 Nino Pascale è Presidente di Slow Food Italia, il terzo nella storia dell’associazione dopo Carlo Petrini e Roberto Burdese.

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