Chi controlla il mercato dei semi controlla la sovranità alimentare

Negli anni Settanta c’erano oltre 7000 aziende sementiere, nessuna delle quali raggiungeva il mercato globale. Oggi le prime tre (Monsanto, Pioneer Dupont e Syngenta) detengono il 53% del mercato globale e le prime 10 ne detengono il 76% (dati Fao). Nell’Unione Europea, il 75% del mercato delle sementi di mais è controllato dalle prime 5 compagnie del settore, così come l’86% del mercato della barbabietola da zucchero e il 95% degli ortaggi (Dati The Greens/Efa Group). Queste stesse aziende sono anche leader della produzione di fertilizzanti, pesticidi e diserbanti. Traete voi le giuste conclusioni. come_conservare_semi

E se questo non bastasse a chiudere il mercato, alcune sono pronte a fondersi: le statunitensi DuPont e Dow hanno già avviato la fusione a fine 2015, e a metà di quest’anno dovrebbe nascere la DowDupPont, valore di mercato centotrentamiliardididollari (130 000 000 000).

Novità di quest’anno, la cinese ChemChina (China National Chemical Corporation) pare interessata all’acquisto della svizzera Syngenta con un’offerta piuttosto generosa. Insieme a Monsanto, Basf e Bayer coprirebbero per il 55% il mercato dei semi e per il 51% quello dei pesticidi.

Come a rassicurarci sul futuro, sul sito della DuPont si legge che saranno loro a garantire al mondo la sicurezza alimentare nei prossimi decenni, quando la popolazione aumenterà drasticamente e i cambiamenti climatici imperverseranno. Grazie ragazzi, ora ci sentiamo meglio!

La questione si aggrava ora che questo monopolio di fatto diventa anche legale: la European Patent Office (Epo) permette, di depositare brevetti anche su piante e animali. I sostenitori di “No patent on seeds!”, promossa da diverse organizzazioni non governative, si oppone a tali concessioni e chiede che venga applicata la Direttiva europea 98/44/CE sui brevetti, che impedisce di brevettare piante e animali.

Ovviamente le multinazionali sono insorte e senza sorpresa l’ufficio preposto ha concesso oltre 200 brevetti e ne ha circa un migliaio in attesa di approvazione. Come spiega Riccardo Bocci di Aiab e Rete Semi Rurali: «I brevetti diventa uno strumento per l’appropriazione indebita delle risorse agricole, mettendo a rischio la sovranità alimentare».

Come? La multinazionale di turno che ha depositato un seme può impedire a qualsiasi altra azienda di coltivarlo o raccoglierne i frutti per venderlo o usarlo per selezioni future. La concorrenza viene in questo modo azzerata e la prima a risentirne è l’agricoltura su piccola scala. A questo proposito, esiste una legislazione che tutela la commercializzazione di semi. Ma il regolamento è bloccato dal 2013 al Parlamento europeo che nel 2014 chiede alla Commissione di formulare una nuova che tenga in maggiore considerazione le specificità di ciascuno stato membro e che apporti un reale miglioramento per produttori, consumatori e ambiente. Noi naturalmente auspichiamo una nuova legge sulle sementi, che coniughi la produzione e la disponibilità di semi di alta qualità sanitaria con una effettiva tutela della biodiversità, una normativa che rivolga particolare attenzione alle sementi tradizionali e al loro legame con il territorio e con le conoscenze tradizionali, e che valorizzi il lavoro di chi coltiva la biodiversità.

Il monopolio a livello globale rischia di provocare danni al mercato ma non solo. In pericolo ci sono anche le varietà di nicchia, quelle che vanno ad arricchire la nostra biodiversità. Standardizzare il mercato significa annullare le particolarità vegetali e danneggiare i coltivatori diretti. Preservare il libero mercato dei semi significa, invece, preservare la biodiversità e tutelare i produttori.

Il rischio lo evidenzia Piero Sardo, Presidente della Fondazione Slow Food per la Biodiversità: «I semi sono la base dell’agricoltura. Modellano i sistemi agricoli proprio come fanno i prodotti finali. Per proteggere la biodiversità e la sovranità alimentare è dunque necessario riaffermare con forza il valore dei semi tradizionali e trovare una soluzione per frenare la loro perdita a livello globale». Il fatto è che le leggi sono state fatte per gli ibridi, i brevetti sono stati fatti per gli ibridi, mentre stiamo perdendo tutte le altre varietà perché sono difficili da reperire, perché non si sa chi le produce, perché nessuno si ricorda più che esistono. Come scrive Scaffidi: «Abbiamo bisogno che le sementi tradizionali possano a pieno diritto accedere al mercato. Abbiamo bisogno di politiche dedicate. L’attuale standard normativo è perfetto per le sementi delle multinazionali, ma non funziona per quelle tradizionali, che sono strutturalmente diverse.»

A cura di Gabriella Bruzzone
g.bruzzone@slowfood.it

Fonti
Per fare un piatto ci vuole un seme la nostra guida  per suggerire a consumatori e ortolani dilettanti, qualche informazione in più sull’elemento che sta alla base di tutto il nostro cibo: i semi. Per conoscere da dove arrivano, come utilizzarli e quali scegliere. Per esempio, sapete che lo scambio e il dono dei semi non sono normati, pertanto coltivare un orto con semi tradizionali donati da un agricoltore non è illegale?

Cinzia Scaffidi, Parla come mangi, Slow Food Editore, Bra 2014

Altra Economia, 20 aprile 2016

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