10 signori da soli controllano più del 70% dei piatti del pianeta. E noi dove eravamo?

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Venerdì 19 dicembre, La Repubblica ha pubblicato una bella inchiesta su chi controlla l’industria alimentare. Il risultato dell’indagine? Sono dieci i signori che controllano da soli più del 70 per cento dei piatti del pianeta. Queste multinazionali gestiscono 500 marchi che entrano nelle nostre case quotidianamente. Così pasta, biscotti e caffè diventano globali, anche in Italia. E le grandi questioni, come l’uso di oli e grassi nei prodotti, vengono decise a tavolino. Riportiamo per intero il commento di Carlo Petrini.

Quando guardo l’immagine che raffigura tutte le parentele tra le varie industrie alimentari, mi viene da fare la stessa domanda che fanno i bambini quando guardano i vecchi album di famiglia. “E io dove sono?”. “Tu non ci sei”, è la risposta consueta, “non eri ancora nato”. Ma quella più che a un albero genealogico assomiglia a una mappa e noi da qualche parte ci siamo, ci dobbiamo essere, perché eravamo nati eccome, quando quei movimenti, quelle coagulazioni e quegli allontanamenti sono iniziati.

Eravamo nati e mi domando a cosa stavamo pensando. Cosa ci passava per la testa nei primi decenni del secolo scorso, quando questi signori decidevano che toccava a loro procurare cibo per il mondo intero? Quali urgenze ci distraevano mentre, verso la metà di quel secolo, quei signori perdevano nome faccia e connotati per diventare marchi, sigle, etichette dietro cui era sempre meno possibile individuare nomi, cognomi, mani, occhi e voce narrante? E che facevamo, più di recente, quando non si sono più accontentati di quel che stavano guadagnando smontando le nostre culture alimentari e hanno dunque iniziato a convincerci di avere problemi che loro potevano risolvere (dalla mancanza di tempo a quella di una “felicità” da raggiungere attraverso la deglutizione di qualche sostanza, liquida o solida non importa).

Ci occupavamo di politica, di giustizia, di uguaglianza, di ambiente, di futuro, di cultura, di diritti dei popoli, di fame, di povertà, di equità sociale. Ci occupavamo di democrazia, e il cioccolato, le bibite gasate, i fiocchi di cereali o le sottilette non sembravano argomenti collegati alle discussioni di politica, di economia, men che meno di cultura. Eppure oggi ci ritroviamo a guardare quella mappa, che è la mappa del nostro presente, e a domandarci se si sono dimenticati di noi. Purtroppo no: ci siamo e siamo esattamente la base su cui quella mappa è disegnata. I nostri quotidiani movimenti, ogni nostra azione di acquisto e consumo è segnata su quella mappa e ha in parte contribuito alla sua formazione.

E viceversa: gli attori che popolano quel diagramma sono esattamente quelli che hanno contribuito non solo a formare il gusto contemporaneo (innalzando sempre di più le soglie di percezione del dolce del grasso e del salato, spesso compromettendo la qualità dei prodotti con ingredienti a basso costo e dunque alto profitto), ma anche a distruggere la nostra salute pubblica (e ulteriori marchi – appartenenti alle medesime multinazionali – ci forniscono i medicinali che servono a riparare i danni), il nostro ambiente (e anche le sostanze plastiche e/o tossiche arrivano dallo stesso reticolo produttivo), i rapporti di forza tra i paesi ricchi e i paesi poveri. Dunque non è una mappa, è la nostra fotografia, facciamo fatica a vederla perché stiamo troppo vicini all’immagine, dobbiamo allontanarci un po’ e guardarla nel suo insieme.

Allora allontaniamoci ancora un po’, individuiamo quei marchi nelle nostre dispense e nei frigoriferi. Cerchiamo di capire se davvero noi siamo quella roba lì. Se è quello che vogliamo essere. O se non possiamo provare, come in una terapia riabilitativa, ad abbassare di molto – moltissimo – i nostri livelli di tolleranza verso il cibo industriale senza volto, facendo prendere il sopravvento, nella nostra quotidianità, al cibo che Naomi Klein chiamerebbe “no logo”. Quel cibo che ha mani, occhi e storie facilmente individuabili, un cibo ragionevole, progettato soprattutto per nutrire e creare salute per tutti, e non prevalentemente per vendere e creare profitto per pochi e sempre i soliti.

Carlo Petrini
c.petrini@slowfood.it

Da La Repubblica del 19 dicembre 2014

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